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12 dicembre 2007

INCIDENTI SUL LAVORO: Marco Vitale, Amministratore di Imprese, scrive sul "Il Sole 24 ore" della Strage alla ThyssenKrupp

Marco Vitale, Amministratore di Imprese, scrive sul "Il Sole 24 ore" della Strage alla ThyssenKrupp

Da oggi sento l'esigenza di lasciare questo articolo a lutto.
Perchè poteva esserci mio padre lì dentro, in quella fabbrica.
Le foto a colori servono per illustrare meglio i post.
So che tutti i miei visitatori, persone attente e sensibili,
da qualunque parte schierate politicamente, sapranno capire questo mio gesto.

LO STONATO

La strage dell'acciaieria ThyssenKrupp di Torino è di quelle che colpiscono profondamente. Vedere questi giovani uomini (il più maturo aveva 43 anni), onesti e bravi lavoratori, con tanti figli piccoli, morire così sul lavoro, mentre altri tre colleghi, al momento in cui scrivo, sono ancora in pericolo di vita. Vedere queste famiglie sconvolte è cosa che stringe il cuore. Le reazioni, oltre alla partecipazione al dolore, sono state per lo più, tipicamente italiane: demagogiche, roboanti, fondamentalmente inutili.


Tra i giornali che leggo, solo Luciano Gallino ha impostato una riflessione seria (si veda La Repubblica 7 dicembre) alla quale vorrei collegarmi.
Gallino ricorda che lavorare in acciaieria è sempre pericoloso e costa una immensa fatica. 

Ma questo non deve valere come alibi, bensì solo per enfatizzare che, proprio per questo, la responsabilità dell'impresa, dei dirigenti e degli amministratori è ancora più alta: «Ogni minimo guasto può costare una mutilazione o la vita».

Ciò resta vero anche se le nuove tecnologie e la più avanzata organizzazione del lavoro hanno trasformato profondamente, in meglio, anche il lavoro in acciaieria e in fonderia. Un'altra cosa da dire è che, da alcuni anni, le acciaierie godono di profitti altissimi, spesso strepitosi e le loro prospettive restano straordinariamente buone. Il che rende ancora più colpevole chi non investe in modo più che adeguato in sicurezza e manutenzione preventiva.

Non siamo certamente in grado di giudicare le cause precise della tragica strage di Torino e quindi non possiamo e non vogliamo lanciare accuse a vanvera ma sviluppare una riflessione di carattere generale.

Scrive Gallino: «Quello che si intravede nello sfondo di questo incidente è una cultura di impresa che nella sua lista di priorità colloca la produzione, il fatturato, i bilanci, la competitività molto in alto, mentre ripone molto in basso il destino delle persone le quali alla produzione, al fatturato e al bilancio aziendale materialmente provvedono…. Ma a questo punto sarà pur lecito chiedersi che cosa ci stanno a fare i manager pagati milioni di euro l'anno, le legioni di laureati in economia aziendale che sanno tutto su come si genera un corposo flusso di cassa, le falangi di tecnici che inventano prodotti e apparati produttivi aggiornati quasi di giorno in giorno, gli autori di infiniti saggi scientifici che spiegano come ottimizzare la redditività del capitale, i soliti inviti ad affrontare la sfida della competitività. Che cosa ci stanno a fare tutti costoro, voglio dire, se alla fin dei conti non riescono a elaborare e a mettere in pratica una cultura di impresa che sappia combinare buoni fatturati e solidi bilanci con una organizzazione del lavoro e della produzione che non rechi con sé ogni giorno, quale fosse un fenomeno di natura, una scia smisurata di lutti e sofferenze».

Questo è il punto e la domanda centrale.

Se prescindiamo dalle piccolissime imprese edili dove la sicurezza non esiste per definizione, nelle aziende strutturate, come la ThyssenKrupp, il nemico non è l'avido padrone (che non si sa chi e dove sia) che gioca la sicurezza contro i profitti, ma la mancanza di una cultura manageriale adeguata che metta al giusto posto questa problematica con le dovute responsabilità.

E da dove dovrebbe venire questa consapevolezza se non la insegniamo? Alzi la mano chi ha sentito una lezione universitaria o in una qualsiasi scuola di management dove si dica che la sicurezza sul lavoro dei collaboratori è parte integrante di ogni buona direzione e di ogni corretta strategia; è l'altra faccia di una corretta politica della qualità, e che non esiste buon management senza attenzione alla motivazione e coinvolgimento dei collaboratori e quindi anche e in primo luogo alla loro sicurezza. Esistono solo, per lo più mediocri, scuole tecnico-professionali dove di sicurezza si parla in termini applicativi delle norme.

Io, come tutti, sono in questo campo un autodidatta. Ogni volta che ho potuto esercitare qualche influenza, però, come amministratore di imprese, ho chiesto che la sicurezza e le statistiche degli infortuni venissero esaminate dal consiglio di amministrazione con la stessa frequenza e attenzione con cui si esaminano i conti economici. Ed ho preteso che ci sia sempre un vero responsabile della sicurezza, come vertice di un sistema articolato di responsabilità diffusa, che venga periodicamente a riferire in consiglio come vanno le cose, facendo confronti con il passato e con imprese comparabili e sviluppando programmi e progetti per migliorare continuamente la situazione e che sia, come tutti, giudicato dai risultati, cioè dall'andamento degli indici degli infortuni.
 
È la qualità ed il senso di responsabilità del management e degli amministratori che bisogna sviluppare. Ma dopo le imprese, o meglio dopo i loro dirigenti e amministratori, al secondo posto, nella scala delle responsabilità, viene il sindacato.

Sarò stato certamente sfortunato ma, in quarant'anni di attività nelle imprese, non mi è mai capitato che il sindacato prendesse la leadership nel pretendere in via preventiva programmi appropriati di sicurezza. L'ho sempre visto giocare di rimessa, a incidente avvenuto.

Invece il sindacato su questi temi deve vigilare, progettare e premere per dare la sveglia ad amministratori e manager inerti e neghittosi, per pretendere non solo l'osservanza delle leggi, cosa che tende a diventare un adempimento burocratico, ma che il tema della sicurezza rientri tra gli obiettivi dichiarati prioritari dall'impresa, insieme alla qualità. Ma il sindacato è ormai un partito, più interessato a funzionare come canale di selezione della classe politica che alla buona salute dei lavoratori. Per questo su questi temi è difficile incrociarlo.
Al terzo posto, infine, nella scala delle responsabilità, ci potranno essere i controlli insufficienti. Ed al quarto, forse, il legislatore con una legislazione che magari deve anche essere rafforzata e migliorata. Ma la battaglia si vince e si perde sui primi due fronti: maggiore senso di responsabilità di amministratori e manager per sviluppare nell'azienda una cultura della sicurezza e maggiore e più tempestiva attenzione da parte del sindacato.

Marco Vitale

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